Il perverso narcisista vive in un universo in cui si considera il sole indiscusso, esigendo che tutti i pianeti, ovvero le persone che lo circondano, gravino attorno a lui per alimentare il suo ego smisurato.
La sua esistenza è governata da un bisogno insaziabile di ammirazione, da un senso di superiorità grandioso e da una palese mancanza di vera empatia nei confronti dei sentimenti e dei bisogni altrui.
Costruisce con cura un’immagine pubblica impeccabile, manipolando al contempo la sua cerchia privata per mantenere il proprio controllo.
L’arrivo di un bambino, quel piccolo essere vulnerabile e legittimamente concentrato sui propri bisogni, sconvolge questo fragile ecosistema narcisistico.
Il bambino non viene accolto come una benedizione, ma come un elemento di disturbo che minaccia il precario ed egoistico equilibrio che il padre narcisista ha instaurato.
Infatti, la genitorialità richiede tutto ciò di cui il narcisista è privo: abnegazione, pazienza, umiltà e capacità di gioire dei successi altrui.
Così, ciò che dovrebbe essere una fonte di gioia e di realizzazione si trasforma in un incubo quotidiano per lui e, di conseguenza, per la sua famiglia.
Esploriamo senza giri di parole le radici di questo rifiuto paterno!
1. Il bambino, un rivale per i riflettori
La ragione più immediata e più evidente risiede nella dinamica dell’attenzione.
Per il perverso narcisista, l’ossigeno che alimenta la sua vacillante autostima è l’ammirazione e l’attenzione costanti da parte di chi lo circonda.
Si nutre dell’energia psichica degli altri, e in particolare di quella della sua compagna.
Prima dell’arrivo del bambino, tu eri senza dubbio la sua principale fonte di approvvigionamento.
Eri il suo pubblico affezionato, il suo specchio, la sua fonte di conferma.
Il bambino, fin dal suo primo respiro, viene a catturare una parte immensa, e soprattutto legittima, di questa attenzione.
Il suo pianto, le sue risate, i suoi bisogni fondamentali di cibo, sonno e conforto diventano la priorità assoluta della madre, relegando il padre narcisista in secondo piano.
Egli non percepisce questo come un processo naturale e necessario, ma come un’umiliazione personale, un vero e proprio furto.
Entra quindi in competizione diretta con il proprio figlio per il ruolo principale nella tua vita.
Del resto, può sminuire i successi di suo figlio o di sua figlia durante una festa di famiglia, deviare abilmente la conversazione verso le proprie imprese professionali o personali, oppure provocare una scena melodrammatica il giorno del compleanno del bambino per riportare l’attenzione sulla propria presunta sofferenza.
Ogni momento di felicità condiviso con il figlio è una piccola puntura per il suo ego smisurato.
Come osi trovare gioia al di fuori di lui?
Come può questo essere immaturo e dipendente darti qualcosa che, in realtà, dovrebbe offrirti lui stesso?
Questa rivalità patologica è il primo segnale che non stai crescendo un bambino insieme a un partner, ma contro un rivale.
2. La perdita di controllo e l’autonomia del bambino
Il controllo è il pilastro centrale su cui poggia l’universo del perverso narcisista.
Controlla le finanze, le relazioni sociali, le emozioni di chi lo circonda e, soprattutto, l’immagine che il mondo esterno ha della sua famiglia.
Un bambino rappresenta l’incarnazione stessa dell’imprevedibilità e della crescente autonomia.
Un neonato piange senza preavviso, un bambino in età scolare sviluppa le proprie opinioni, un adolescente afferma la propria personalità e i propri desideri.
Ogni fase di questo sviluppo viene vissuta dal padre narcisista non come motivo di orgoglio, ma come una serie di sfide alla sua autorità assoluta e di minacce al suo controllo meticoloso.
Questa progressiva perdita di controllo è per lui una tortura psicologica.
In risposta, mette in atto strategie di manipolazione per cercare di mantenere la sua presa.
Critica incessantemente le scelte di abbigliamento del figlio, rimproverandogli di non essere all’altezza dell’immagine che vuole proiettare.
Denigra i suoi amici, cercando di isolarlo per dominarlo meglio.
Inoltre, impone regole assurde e mutevoli, creando un clima di insicurezza permanente in cui l’unico modo per ottenere una parvenza di pace è sottomettersi al suo volere.
La volontà nascente del bambino viene percepita come un atto di ribellione intollerabile che va stroncato sul nascere.
Non vede un essere umano in fase di formazione, ma un oggetto che si rifiuta di funzionare secondo il suo programma.
Questa battaglia per il controllo è estenuante e senza fine, poiché si scontra con la forza vitale stessa rappresentata da un bambino che cresce.
3. L’incapacità di provare empatia e di offrire cure disinteressate
Al centro del disturbo narcisistico si trova un vuoto emotivo incolmabile: l’incapacità di provare autentica empatia.
Il perverso narcisista può simulare la compassione, recitare il ruolo del padre premuroso in pubblico, ma nell’intimità è emotivamente sterile.
Semplicemente non riesce a entrare in sintonia con l’angoscia, la paura o la vulnerabilità di suo figlio.
Il pianto di un neonato non suscita in lui un impulso protettivo, ma irritazione, poiché disturba il suo benessere.
Il narcisista accoglie i dolori di un adolescente con disprezzo o scherno, definendoli ridicole debolezze.
Il ruolo di genitore è una costante donazione di sé, una disponibilità emotiva senza riserve per rispondere ai bisogni di un altro essere.
Per il narcisista, questa energia spesa per gli altri è energia sottratta al proprio conto in banca emotivo.
Considera le cure genitoriali come un lavoro ingrato, una serie di compiti che non meritano né riconoscimento né gratificazione.
Quando deve, ad esempio, consolare il proprio figlio dopo un incubo, lo fa con freddezza meccanica o, peggio ancora, rimproverando il bambino di averlo disturbato nel sonno.
È incapace di comprendere il concetto di amore incondizionato; per lui, l’amore è una transazione, un investimento che deve fruttare dividendi sotto forma di ammirazione, lealtà e favori ricambiati.
Un bambino piccolo non può fornire questi dividendi, quindi rappresenta solo una fonte di dispendio energetico.
Questa mancanza di calore umano lascia un segno profondo nel bambino, che cresce con la confusa sensazione di non essere mai abbastanza importante da meritare l’attenzione sincera di suo padre.
4. La genitorialità, specchio delle proprie fragilità
Dietro la facciata grandiloquente e megalomane del perverso narcisista si nasconde una fragile autostima, una profonda vergogna e un senso di impostura da cui fugge per tutta la vita.
Il bambino, con la sua innocenza, la sua autenticità e il suo sviluppo naturale, diventa uno specchio involontario che gli riflette l’immagine delle proprie imperfezioni e della propria vulnerabilità repressa.
Vedere il proprio figlio fallire, anche in modo insignificante, è come una macchia sulla propria immagine di perfezione.
D’altra parte, la sensibilità del bambino è come una debolezza che gli ricorda la propria, che ha seppellito con fatica sotto un guscio di cinismo.
Peggio ancora, il bambino è spesso il destinatario delle sue proiezioni!
Il padre narcisista, incapace di guardare in faccia i propri difetti, li vede e li odia nel proprio figlio.
Se lui stesso ha difficoltà relazionali, definirà il proprio figlio timido, patetico.
Se ha fallito in certi ambiti, rimprovererà al figlio di non essere abbastanza efficiente.
Il bambino non viene mai giudicato per quello che è, ma per ciò che inconsciamente rappresenta per suo padre: un ricordo vivente di tutto ciò che egli disprezza in se stesso.
Questa dinamica tossica impedisce qualsiasi relazione sana e spinge il padre narcisista a rifiutare il figlio che, senza volerlo, gli mostra il riflesso della sua stessa umanità spezzata.
Non può amare quel figlio, perché amarlo equivarrebbe ad amare quelle parti di sé che ha sacrificato per costruire il suo falso sé.
5. Il bambino spezza la coppia fusionale e triangolare
Nella dinamica di coppia che instaura, il perverso narcisista considera la propria compagna come un’estensione di sé stesso, un oggetto destinato a soddisfare tutti i suoi bisogni e a confermare la sua importanza.
Aspira a una relazione fusionale a due, un bozzolo di cui è il centro assoluto.
L’arrivo di un bambino rompe irrimediabilmente questa bolla.
Non sei più solo la sua compagna, diventi una madre.
D’ora in poi devi dividere la tua attenzione, il tuo amore e la tua energia, e questa triangolazione è insopportabile per lui.
Si sente trascurato, persino tradito, e vede il bambino come un intruso, un rivale che gli ha rubato il suo posto privilegiato nel tuo cuore.
Non celebra il legame madre-figlio; ne è amaramente geloso.
Questa situazione è il terreno fertile per il gioco malsano del triangolo drammatico, in cui lui assume il ruolo della vittima.
Ti accuserà di trascurarlo, di non amarlo più, di dare sistematicamente la priorità al bambino a suo discapito.
Potrebbe fingere di stare male o provocare una crisi per costringerti ad alzarti dal capezzale del tuo bambino addormentato per occuparti di lui.
Spesso cercherà di metterti contro tuo figlio suggerendoti che sia capriccioso, manipolatore o che ti manchi di rispetto, sperando così di costringerti a schierarti dalla sua parte.
Questa guerra latente per riconquistare il suo posto di numero uno nella tua vita crea quindi un clima di tensione e senso di colpa permanente, in cui sei combattuta tra il tuo dovere di madre e la pressione esercitata dal tuo partner.
6. Responsabilità e obblighi: un fardello opprimente
Infine, la genitorialità è, per sua natura, un impegno a lungo termine fatto di responsabilità schiaccianti e rinunce personali.
Richiede stabilità, affidabilità e senso del dovere che sono agli antipodi della psiche del perverso narcisista.
Quest’ultimo vive nel momento presente, alla ricerca della gratificazione immediata e fuggendo dai vincoli come dalla peste.
Gli obblighi finanziari, il carico mentale dell’organizzazione, la monotonia delle routine quotidiane, la responsabilità morale di crescere un essere umano equilibrato… tutto ciò rappresenta un fardello opprimente per la sua mente immatura.
Egli percepisce questi doveri non come un investimento d’amore, ma come una prigione dalla quale cerca costantemente di fuggire.
La sua assenza fisica o emotiva diventa quindi una strategia di evitamento.
Improvvisamente lavora fino a tardi tutte le sere, si dedica a hobby che richiedono molto tempo o si rifugia nel silenzio dietro il suo telefono.
Quando è costretto ad assumersi una parte di queste responsabilità, lo fa lamentandosi amaramente, sottolineando l’immenso «sacrificio» che sta compiendo, usandolo come merce di scambio per esigere gratitudine o favori.
Il bambino, in questa equazione, non è altro che un peso finanziario, un limite alla sua libertà, un ostacolo al suo desiderio di vivere senza vincoli.
Non vede la bellezza di contribuire al futuro di una persona, ma solo il peso di una catena che non ha mai voluto.
Conclusione
Il perverso narcisista non odia necessariamente il bambino in quanto individuo unico, ma detesta ferocemente il ruolo di padre, poiché esso richiede tutto ciò che lui non può e non vuole dare.
Lo mette di fronte alla sua mancanza di empatia, alla sua sete di attenzione, al suo bisogno morboso di controllo, ai propri demoni interiori, alla perdita della sua posizione centrale e a un fardello di responsabilità che si rifiuta di portare.
Il risultato è una presenza spettrale: un uomo può vivere sotto lo stesso tetto, ma il suo cuore e la sua mente sono altrove, concentrati sulla propria sopravvivenza.


